A casa mia, in Egitto,
dopo cena,
recitato il rosario,
mia madre
ci parlava di questi posti.
La mia infanzia
ne fu tutta meravigliata.
La città ha un traffico
timorato e fanatico.
In queste mura
non ci si sta che di passaggio.
Qui la meta è partire.
Mi sono seduto al fresco
sulla porta dell'osteria
con della gente
che mi parla di California
come d'un suo podere.
Mi scopro con terrore
nei connotati di queste persone.
Ora lo sento scorrere
caldo nelle mie vene,
il sangue dei miei morti.
Ho preso anch'io una zappa.
Nelle cosce fumanti della terra
mi scopro a ridere.
Addio desideri, nostalgie.
So di passato e d'avvenire
quanto un uomo può saperne.
Conosco ormai il mio destino,
e la mia origine.
Non mi rimane
che rassegnarmi a morire.
Alleverò dunque tranquillamente una prole.
Quando un appetito maligno
mi spingeva negli amori mortali, lodavo
la vita.
Ora che considero, anch'io,
l'amore come una garanzia della specie,
ho in vista la morte.
(G.Ungaretti)
Benvenuti nel mio Blog dedicato alla poesia, all'arte, al teatro e alla musica.
mercoledì 22 giugno 2011
venerdì 10 giugno 2011
La primavera
L’inverno aveva rinfrescato anche
il colore delle rocce. Dai monti scendevano,
vene d’argento, mille rivoletti silenziosi,
scintillanti tra il verde vivido dell’erba.
Il torrente sussultava in fondo alla valle tra
i peschi e i mandorli fioriti, E tutto ’era puro,
giovane, fresco, sotto la luce argentea del cielo.
(Grazia Deledda)
il colore delle rocce. Dai monti scendevano,
vene d’argento, mille rivoletti silenziosi,
scintillanti tra il verde vivido dell’erba.
Il torrente sussultava in fondo alla valle tra
i peschi e i mandorli fioriti, E tutto ’era puro,
giovane, fresco, sotto la luce argentea del cielo.
(Grazia Deledda)
lunedì 16 maggio 2011
Alla Luna
O graziosa luna, io mi rammento
che, or volge l'anno, sovra questo colle
io venia pien d'angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
il tuo volto apparia, che travagliosa
era mia vita: ed è, nè cangia stile
o mia diletta luna. E pur mi giova
la ricordanza, e il noverar l'etate
del mio dolore. Oh come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso
il rimembrar delle passate cose,
ancor che triste, e che l'affanno duri!
(Giacomo Leopardi)
che, or volge l'anno, sovra questo colle
io venia pien d'angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
il tuo volto apparia, che travagliosa
era mia vita: ed è, nè cangia stile
o mia diletta luna. E pur mi giova
la ricordanza, e il noverar l'etate
del mio dolore. Oh come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso
il rimembrar delle passate cose,
ancor che triste, e che l'affanno duri!
(Giacomo Leopardi)
domenica 15 maggio 2011
Una Madre, un bambino, il tempo
ed io
Un bambino gioca con i suoi amici.
Una madre gioca con il suo bambino.
Il tempo gioca con la vita.
Ed io gioco con pensieri spesso su di te.
Un bambino perde i suoi amici quando diventa grande.
Una madre perde il suo bambino quando diventa più grande.
Il tempo perde il suo valore quando viene perso.
Ed io perdo me stessa quando non ti trovo più.
Un uomo è felice quando trova un vero amico.
Una madre è felice quando ritrova il suo bambino.
Il tempo è felice quando è vissuto pienamente.
Ed io sono felice quando ti ricordi di me.
Un uomo muore e lascia un amico con un ricordo.
Una madre muore e lascia un bambino con un ricordo.
Il tempo non muore mai ma lascia troppi ricordi.
Ed io quando morirò lascerò il mio amore come un ricordo per te.
(Romina Power)
lunedì 25 aprile 2011
Le parole d'amore
Dimentichiamo le parole, le parole:
le tenere, capricciose, violente,
le soavi di miele, quelle oscene,
le febbrili, le affamate e assetate.
Lasciamo che il silenzio dia un senso
Al pulsar del mio sangue nel tuo ventre;
che parola o discorso mai potrebbe
dire amore nella lingua del seme?
(Josè Saramago)
le tenere, capricciose, violente,
le soavi di miele, quelle oscene,
le febbrili, le affamate e assetate.
Lasciamo che il silenzio dia un senso
Al pulsar del mio sangue nel tuo ventre;
che parola o discorso mai potrebbe
dire amore nella lingua del seme?
(Josè Saramago)
Versi di Josè Saramago
Si prenda un poeta non stanco,
Una nuvola di sogno e un fiore,
Tre gocce di tristezza, un riflesso dorato,
Una vena sanguinante di paura.
Quando l’impasto già bolle e si ritorce
Si aggiunga la luce di un corpo di donna,
Da un pizzico di morte rinforzata,
Che un amore di poeta è così.
IMPARIAMO, AMORE...
Impariamo, amore, da questi monti
Che, così distanti dal mare, sanno il gesto
Di bagnare nell'azzurro gli orizzonti.
Facciamo ciò che è giusto e diretto:
Da desideri occulti altre fonti
E scendiamo al mare dal nostro letto.
"APRENDAMOS, AMOR…"
Aprendamos, amor, com esses montes
Que, tão longe do mar, sabem o jeito
De banhar no azul dos horizontes.
Façamos o que é certo e de direito:
Dos desejos ocultos outras fontes
E desçamos ao mar do nosso leito.
"Si dice che ogni persona è un'isola, e non è vero,
ogni persona è un silenzio, questo sì,
un silenzio, ciascuna con il proprio silenzio,
ciascuna con il silenzio che è"
Intervista di Serena Dandini allo scrittore:
http://www.youtube.com/watch?v=YFnVT4PBofU
Il Blog dello scrittore
http://quadernodisaramago.wordpress.com/
Silenzi...
Oggi non era giorno di parole,
con mire di poesie o di discorsi,
né c'era strada che fosse nostra.
A definirci bastava solo un atto,
e visto che a parole non mi salvo,
parla per me, silenzio, ch'io non posso.
(Josè Saramago)
con mire di poesie o di discorsi,
né c'era strada che fosse nostra.
A definirci bastava solo un atto,
e visto che a parole non mi salvo,
parla per me, silenzio, ch'io non posso.
(Josè Saramago)
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