Nessuno può immaginare
quel che dico quando me ne sto in silenzio
chi vedo quando chiudo gli occhi
come vengo sospinta quando vengo sospinta
cosa cerco quando lascio libere le mani.
Nessuno, nessuno sa
quando ho fame quando parto
quando cammino e quando mi perdo,
e nessuno sa
che per me andare è ritornare
e ritornare è indietreggiare,
che la mia debolezza è una maschera
e la mia forza è una maschera,
e quel che seguirà è una tempesta.
Credono di sapere
e io glielo lascio credere
e io avvengo.
Hanno costruito per me una gabbia affinché la mia libertà
fosse una loro concessione
e ringraziassi e obbedissi.
Ma io sono libera prima e dopo di loro,
con loro e senza loro
sono libera nella vittoria e nella sconfitta.
La mia prigione è la mia volontà!
La chiave della mia prigione è la loro lingua
ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio
desiderio
e il mio desiderio non riusciranno mai a domare.
Sono una donna.
Credono che la mia libertà sia loro proprietà
e io glielo lascio credere
e avvengo.
(Joumana Haddad) (1970 - Libano)
Benvenuti nel mio Blog dedicato alla poesia, all'arte, al teatro e alla musica.
lunedì 5 settembre 2011
AMAMI
Mi trasporto in punta di piedi
mi trasporto nel galoppo della mia vista.
Mi avvolgo nelle fasce della mia pelle.
Mi abbraccio desiderandomi.
Benedico il mio flusso, lo zampillare che da me proviene.
Mi cullo sul mio seno.
Alle mani germoglianti infilo i guanti della poesia.
Reclamo la rivelazione,
le mie incisioni sono su pietra.
La mia immagine reca acqua alla sete
ed esche alla rete dei pescatori.
Trascorro i rintocchi delle campane della sera
scolpendo.
Dormo nella mia stessa ombra.
Indosso la mia natura beduina
quando sono stanca.
Entro in un giardino
che non mi istiga contro me stessa.
Amo la mia anima impossibile,
quella i cui piedi
sono ignoti alla terra.
Amal Musa (1971) Tunisia
mi trasporto nel galoppo della mia vista.
Mi avvolgo nelle fasce della mia pelle.
Mi abbraccio desiderandomi.
Benedico il mio flusso, lo zampillare che da me proviene.
Mi cullo sul mio seno.
Alle mani germoglianti infilo i guanti della poesia.
Reclamo la rivelazione,
le mie incisioni sono su pietra.
La mia immagine reca acqua alla sete
ed esche alla rete dei pescatori.
Trascorro i rintocchi delle campane della sera
scolpendo.
Dormo nella mia stessa ombra.
Indosso la mia natura beduina
quando sono stanca.
Entro in un giardino
che non mi istiga contro me stessa.
Amo la mia anima impossibile,
quella i cui piedi
sono ignoti alla terra.
Amal Musa (1971) Tunisia
martedì 19 luglio 2011
Antonio Gramsci - Indifferenti
Gli anni passano e le cose non cambiano, vanno sempre alla deriva...riflettiamo!
Eccomi di nuovo qui per riportare queste parole che sono attualissime e devono fare riflettere!
“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
11 febbraio 1917
Ascoltatela dalla voce della grande Fiorella Mannoia
Eccomi di nuovo qui per riportare queste parole che sono attualissime e devono fare riflettere!
“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
11 febbraio 1917
Ascoltatela dalla voce della grande Fiorella Mannoia
venerdì 1 luglio 2011
Scherzo
Le mie canzoni stanno
alla tua porta timide
e bussano e s'inchinano:
mi apri?
Le mie canzoni hanno
suono di seta,simile
al fruscio del suo abito
nell'atrio.
Le mie canzoni danno
quel profumo medesimo
che dà il giacinto amabile
nel patio.
Le mie canzoni hanno
vesti sanguigne, simili
al tuo abito serico
che arde.
Le mie canzoni sanno
somigliare a te splendida.
Sulla porta s'inchinano:
mi apri?
(Hermann Hesse)
alla tua porta timide
e bussano e s'inchinano:
mi apri?
Le mie canzoni hanno
suono di seta,simile
al fruscio del suo abito
nell'atrio.
Le mie canzoni danno
quel profumo medesimo
che dà il giacinto amabile
nel patio.
Le mie canzoni hanno
vesti sanguigne, simili
al tuo abito serico
che arde.
Le mie canzoni sanno
somigliare a te splendida.
Sulla porta s'inchinano:
mi apri?
(Hermann Hesse)
mercoledì 22 giugno 2011
Lucca
A casa mia, in Egitto,
dopo cena,
recitato il rosario,
mia madre
ci parlava di questi posti.
La mia infanzia
ne fu tutta meravigliata.
La città ha un traffico
timorato e fanatico.
In queste mura
non ci si sta che di passaggio.
Qui la meta è partire.
Mi sono seduto al fresco
sulla porta dell'osteria
con della gente
che mi parla di California
come d'un suo podere.
Mi scopro con terrore
nei connotati di queste persone.
Ora lo sento scorrere
caldo nelle mie vene,
il sangue dei miei morti.
Ho preso anch'io una zappa.
Nelle cosce fumanti della terra
mi scopro a ridere.
Addio desideri, nostalgie.
So di passato e d'avvenire
quanto un uomo può saperne.
Conosco ormai il mio destino,
e la mia origine.
Non mi rimane
che rassegnarmi a morire.
Alleverò dunque tranquillamente una prole.
Quando un appetito maligno
mi spingeva negli amori mortali, lodavo
la vita.
Ora che considero, anch'io,
l'amore come una garanzia della specie,
ho in vista la morte.
(G.Ungaretti)
dopo cena,
recitato il rosario,
mia madre
ci parlava di questi posti.
La mia infanzia
ne fu tutta meravigliata.
La città ha un traffico
timorato e fanatico.
In queste mura
non ci si sta che di passaggio.
Qui la meta è partire.
Mi sono seduto al fresco
sulla porta dell'osteria
con della gente
che mi parla di California
come d'un suo podere.
Mi scopro con terrore
nei connotati di queste persone.
Ora lo sento scorrere
caldo nelle mie vene,
il sangue dei miei morti.
Ho preso anch'io una zappa.
Nelle cosce fumanti della terra
mi scopro a ridere.
Addio desideri, nostalgie.
So di passato e d'avvenire
quanto un uomo può saperne.
Conosco ormai il mio destino,
e la mia origine.
Non mi rimane
che rassegnarmi a morire.
Alleverò dunque tranquillamente una prole.
Quando un appetito maligno
mi spingeva negli amori mortali, lodavo
la vita.
Ora che considero, anch'io,
l'amore come una garanzia della specie,
ho in vista la morte.
(G.Ungaretti)
venerdì 10 giugno 2011
La primavera
L’inverno aveva rinfrescato anche
il colore delle rocce. Dai monti scendevano,
vene d’argento, mille rivoletti silenziosi,
scintillanti tra il verde vivido dell’erba.
Il torrente sussultava in fondo alla valle tra
i peschi e i mandorli fioriti, E tutto ’era puro,
giovane, fresco, sotto la luce argentea del cielo.
(Grazia Deledda)
il colore delle rocce. Dai monti scendevano,
vene d’argento, mille rivoletti silenziosi,
scintillanti tra il verde vivido dell’erba.
Il torrente sussultava in fondo alla valle tra
i peschi e i mandorli fioriti, E tutto ’era puro,
giovane, fresco, sotto la luce argentea del cielo.
(Grazia Deledda)
lunedì 16 maggio 2011
Alla Luna
O graziosa luna, io mi rammento
che, or volge l'anno, sovra questo colle
io venia pien d'angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
il tuo volto apparia, che travagliosa
era mia vita: ed è, nè cangia stile
o mia diletta luna. E pur mi giova
la ricordanza, e il noverar l'etate
del mio dolore. Oh come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso
il rimembrar delle passate cose,
ancor che triste, e che l'affanno duri!
(Giacomo Leopardi)
che, or volge l'anno, sovra questo colle
io venia pien d'angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
il tuo volto apparia, che travagliosa
era mia vita: ed è, nè cangia stile
o mia diletta luna. E pur mi giova
la ricordanza, e il noverar l'etate
del mio dolore. Oh come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso
il rimembrar delle passate cose,
ancor che triste, e che l'affanno duri!
(Giacomo Leopardi)
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